Le mie tracce ti mostrano un’illusione

 

Quante volte ci siamo chiesti se le tracce che lasciamo siano autentiche o ingannevoli? 

La traccia del nostro corpo nello spazio, quella degli occhi o del pensiero. Conta davvero il lavoro? È forse la chiave per la realizzazione personale e sociale? 

E se invece considerassimo le tracce che lasciamo come il vero elemento fondante della nostra identità? Che legame esiste tra il lavoro e le tracce? 

Potremmo considerare il lavoro come una traccia stessa, una testimonianza della nostra esistenza?

Se così fosse, le tracce che lasciamo servono forse a mostrare agli altri una realtà illusoria, un’immagine costruita del nostro corpo o del nostro pensiero?

Il lavoro, in questo senso, può essere visto come un segno che imprime la nostra presenza nel mondo. 

Ogni azione, ogni sforzo, ogni movimento lascia una traccia, visibile o invisibile, che racconta chi siamo.

 Ma fino a che punto il lavoro rappresenta veramente la nostra essenza? 

Se da un lato esso è espressione della nostra identità, dall’altro può anche diventare un mezzo per costruire una rappresentazione di noi stessi, una sorta di immagine progettata per essere percepita in un certo modo dagli altri.

Nel mio progetto, voglio esplorare questa ambivalenza attraverso la fotografia.

L’idea consiste nel realizzare scatti del mio corpo (femminile) utilizzando tempi di esposizione lunghi, per poi intervenire con disegni (delle linee) che evidenzino le tracce lasciate dal movimento. L’obiettivo è aiutare lo spettatore a riflettere e percepire se, in questo caso, le tracce – intese come rappresentazione del lavoro – possano essere considerate autentiche o, al contrario, una sorta di inganno.

Così come nella vita il lavoro può essere visto come una prova della nostra esistenza o come una costruzione di un’immagine, anche queste fotografie si muovono tra realtà e illusione. 

Le tracce del corpo sono segni reali o semplici illusioni ottiche? 

Sono il risultato di un’azione autentica o di una rappresentazione artificiale? 

Attraverso questo processo visivo, il lavoro emerge non solo come atto, ma come memoria, come qualcosa che si sedimenta nel tempo, lasciando un’impronta che può essere tanto vera quanto effimera.